“E se vi dicessimo che “Happy Days” non è mai stata soltanto una serie televisiva, ma un luogo della memoria in cui milioni di persone continuano a tornare, anche senza accorgersene?
Andava in onda per la prima volta il 15 gennaio 1974, e da allora quella storia non ha mai smesso di abitare l’immaginario collettivo. È da qui che parte “Dentro Happy Days”, la mostra di Mercanteinfiera Primavera (Fiere di Parma, 7–15 marzo): da quella strana e potentissima alchimia che trasforma una narrazione ambientata negli anni Cinquanta in qualcosa di eternamente presente.
Henry Winkler, “Fonzie”, lo scrive con lucidità e affetto nella prefazione al libro di Giuseppe Ganelli ed Emilio Targia, “La nostra storia. Tutto il mondo di Happy Days”(Minerva Edizioni) che sarà presentato in un talk nei giorni della fiera: “Happy Days” non parlava solo di jukebox, giubbotti di pelle o drive-in, ma di appartenenza, di amicizia, di quel bisogno universale di sentirsi a casa anche quando il mondo cambia”.
“Dentro Happy Days”, realizzata in collaborazione con Giuseppe Ganelli ed Emilio Targia, accompagna il visitatore nel cuore di uno degli immaginari televisivi più iconici del Novecento. Mercanteinfiera invita a entrare idealmente sul set della serie attraverso la più grande collezione di memorabilia del mondo, che ricostruisce le fasi delle riprese e il lavoro quotidiano di attori e produzione, svelando un dietro le quinte finora poco conosciuto.
In mostra, una selezione di oggetti originali racconta come la serie sia diventata molto più di un prodotto televisivo, trasformandosi in stile di vita, linguaggio condiviso, mito pop. Ci sono i copioni di scena, i ciak, la tuta da meccanico di Fonzie, i giubbotti legati ai luoghi simbolo della narrazione, dall’Arnold’s bar alla Jefferson High, che hanno fatto da sfondo alle vicende di Richie e dei suoi amici. Spicca l’orologio da polso dedicato a Fonzie, oggetto-simbolo di un personaggio capace di incarnare ribellione, carisma e ironia, diventando un’icona generazionale. Accanto a questi, le action figure dei protagonisti — da Richie a Potsie, da Fonzie alla mitica famiglia Cunningham —, insieme a fumetti, materiali editoriali e fotografie, restituiscono la dimensione seriale e domestica di un racconto entrato nelle case di milioni di spettatori.
Un insieme di oggetti di culto che riaccende la memoria delle 255 puntate di “Happy Days" e mostra come la serie abbia attraversato media diversi, sedimentandosi nella memoria collettiva come uno dei grandi miti pop del Novecento. Perché i colori di “Happy Days”, come ricorda Max Pezzali nella postfazione del volume, ci hanno insegnato l’America, “non quella dura e cruda della guerra del Vietnam e della segregazione, non quella dei ghetti urbani e delle diseguaglianze sociali, ma l’America dei sogni e delle opportunità, dei motori esagerati e del rock’n’roll, dei giubbotti di pelle ma anche dei cardigan, dei buoni sentimenti, delle famiglie unite e dei milk-shake alla fragola”. “Happy Days” ci ha insegnato la ricreazione nel tempo della vita.
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